Insegnamento
Solitudine e senso di abbandono nascono spesso da una ferita di identità. Ma Dio non è solo il Creatore: è Padre, e ti ha adottato come figlio.
Paternità e identità
Ci sono due realtà che spesso ci sfuggono e che, quando non le comprendiamo, ci lasciano soli al mondo: la paternità e l'identità. Molti si sentono abbandonati, non amati, convinti che gli altri stiano bene e loro no. Alla radice c'è una carenza interiore, emotiva e anche di conoscenza.
Per identità intendiamo l'insieme delle caratteristiche che permettono a una persona di riconoscersi e di distinguersi dagli altri. Tu non sei la copia di nessuno: la tua impronta digitale è soltanto tua. Il mondo di oggi vorrebbe farci tutti con lo stesso stampo, farci pensare e vivere tutti allo stesso modo. Se ti guardano come un alieno perché non parli e non ti comporti come gli altri, vanne fiero: hai un'altra identità, in Cristo Gesù.
Paternità, invece, non significa soltanto generare un figlio, ma assumersi la responsabilità di farlo crescere, proteggerlo ed educarlo. È esattamente ciò che Dio fa con noi. Non si presenta solo come il Signore e il Creatore di tutte le cose: si avvicina e ci dice «Io voglio essere tuo Padre».
Figli, non orfani
La nostra identità primaria è questa: siamo suoi figli.
«Vedete quale amore il Padre ha profuso su di noi, facendoci chiamare figli di Dio.» (1 Giovanni 3:1)
Quando sai chi è tuo Padre, molte catene cadono. Non dipendi più dalle circostanze, dall'approvazione degli altri, dal lavoro che va bene o male, dall'aspetto fisico o dalle relazioni. Puoi perdere un lavoro, attraversare un fallimento, essere rifiutato, sbagliare. Ma se hai capito chi sei, in ognuna di queste circostanze resti figlio del Creatore e Signore di tutte le cose. La nostra identità non nasce da ciò che facciamo o che abbiamo, ma da ciò che siamo in Cristo.
Chi non conosce il Padre ragiona da orfano. L'orfano pensa: «Se non provvedo io a me stesso, nessuno lo farà». «L'amore me lo devo meritare.» «Se sbaglio verrò abbandonato.» «Non posso fidarmi di nessuno.» Ma tu non sei orfano. Chi sa di avere un Padre non ha paura, può riposare al sicuro, può chiedere aiuto in qualsiasi momento, può confessare i suoi peccati senza essere condannato, perché il sangue di Gesù lo purifica. E può rialzarsi dopo ogni caduta: uno sbaglio non definisce chi sei.
Una preghiera rivoluzionaria
Gesù non ci ha insegnato a pregare dicendo «Dio, tu esisti». Ci ha insegnato a dire «Padre nostro». È una parola semplice, ma rivoluzionaria: significa che Dio non cerca con noi una religione, ma una relazione. Un legame intimo, con cui parlare ogni giorno e dal quale ricevere risposta.
«Voi infatti non avete ricevuto uno spirito di schiavitù per cadere nuovamente nella paura, ma avete ricevuto lo spirito di adozione, per il quale gridiamo: Abbà, Padre!» (Romani 8:15)
Abbà è una parola confidenziale: non c'è più distanza. Per questo, quando prego, la mia prima parola è «Padre». Non ho bisogno di intermediari: vengo al Padre nel nome di Gesù, e attraverso di lui accedo al trono della grazia. È come se il Re dei re mi avesse dato udienza alla sua corte. Un tempo, per entrare nella sua presenza, servivano sacrifici e sangue; oggi il sacrificio è già stato compiuto dall'Agnello di Dio, e noi abbiamo accesso.
Un'adozione legale
Non siamo figli per natura: siamo creature di Dio, e il Figlio è Gesù. Ma attraverso di lui il Padre ci ha adottati, e l'adozione è un atto legale, definitivo.
«A tutti quelli che l'hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome.» (Giovanni 1:12)
Quando le circostanze, il male o perfino la famiglia lavorano contro di te, è lì che puoi alzare la voce con autorità: «Io sono un figlio di Dio». Dio non si limita a tollerarci o a chiudere un occhio sui nostri peccati: ci adotta. E adozione significa appartenenza.
Il Padre guarisce l'immagine che hai di te
Forse sei cresciuto sentendoti dire «non sei abbastanza», «non vali», «non combinerai mai nulla», «non sei come tuo fratello». Ma la tua identità non è stabilita dalle parole che gli altri hanno pronunciato su di te: è stabilita dalla parola del Padre. E il Padre dice: «Tu sei mio figlio, tu sei mia figlia».
Spesso il problema non è che Dio non ci ami, ma che noi non riusciamo a crederlo. Per questo andiamo in cerca di scorciatoie e di intermediari. Ma Dio non sta aspettando gli altri: sta aspettando te. Chiuditi nella tua cameretta e apri il tuo cuore: lui ti aspetta lì, con il desiderio di abbracciarti e di benedire la tua vita.
Onorare il Padre è il principio di ogni ordine di benedizione. Il comandamento dice «Onora tuo padre e tua madre», e la stessa priorità vale nello spirito: il nostro primo pensiero, nella preghiera e nella vita, è «Padre nostro».
Dentro di noi, a volte, c'è una guerra: con il passato, con i fallimenti, con il giudizio degli altri, con ciò che abbiamo perso. Ma tu non sei quello che gli altri dicono di te. Tu sei quello che Dio dice che sei: perdonato, salvato, riconciliato, adottato e amato.
Punti chiave
- 01Dio non è solo Creatore ma Padre: ci dà un'identità unica, che il mondo vorrebbe uniformare.
- 02La nostra identità primaria è essere figli di Dio, e non dipende da circostanze, successi o approvazione altrui.
- 03Chi non conosce il Padre ragiona da orfano: deve meritarsi l'amore, teme l'abbandono, non si fida di nessuno.
- 04Il Padre nostro rivela una relazione, non una religione: la prima parola della preghiera è «Padre».
- 05In Cristo siamo stati adottati: perdonati, salvati, riconciliati, adottati e amati.
Predica completa
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